La storia di Monica e Andrea:

insieme con i bambini e le bambine più fragili

La storia di Monica e Andrea:

Monica Maggiolo e Andrea Bordin hanno una storia straordinaria da raccontare e, nello stesso tempo, semplice. Perché il Vangelo è semplice, quando lo si vive credendo veramente che la fede può spostare le montagne.

A Saccolongo , 15 km da Padova, la loro Casa Famiglia, che fa parte della rete dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, ospita cinque figli, dai 15 ai 25 anni, e quattro affidi, due sono bambine con gravi patologie.

Jia Hui (che in cinese vuol dire “gioia”) è arrivata quando aveva 5 mesi, oggi ha 8 anni. Soffre di delezione del cromosoma 10. Non parla, non cammina, non mangia da sola. Ha iniziato quest’anno la prima elementare. Questa bimba è il fulcro dell’organizzazione su cui gira la casa di Monica e Andrea, perché Jia Hui è la più fragile. Ma lei, nonostante la gravissima infermità, è vita: “Il suo sorriso – dice Andrea – , il suo muoversi con la carrozzina, ci fa godere delle piccole cose. Un po’ di sole, una tenda che si muove, un abbraccio: le basta poco per interagire.

Sarah è l’altra bimba, di origine albanese, ha 9 anni (seconda elementare) e ha la sindrome di Cornelia de Lange. Anche lei è obbligata a nutrirsi con un sondino. Quando è stata accolta da Monica e Andrea aveva un anno e mezzo.

Le altre due “ospiti-figlie”: una signora di 58 anni, Sonia, che era rimasta sola e aveva bisogno di una famiglia (mi spiegano insieme Monica e Andrea) e Cecilia, di 21 anni, non vedente dalla nascita. “Si cerca di vivere la realtà familiare – affermano i due genitori -, nella bellezza e nella difficoltà di essere in tanti, e soprattutto si cerca di dare a ciascuno/a un posto”.

Monica e Andrea perché avete fatto questa scelta?

“Siamo sempre in ricerca dentro un percorso di fede. Riconosciamo di avere ricevuto tanto da Dio, tanta grazia, e vogliamo restituire in qualche modo. Nel nostro cercare abbiamo incontrato la Comunità Papa Giovanni XXIII e abbiamo capito che Dio ci vuole qui”.

In che modo mandate avanti la gestione della Casa Famiglia?

Monica, farmacista, e Andrea, geometra,  rispondono insieme, quello che dice uno/a è così condiviso dall’altro/a che sembra un’unica risposta e viene naturale riproporre le loro parole come un unico discorso: “Abbiamo sempre lavorato fino alla nostra terza figlia. Dal 2007, quando abbiamo conosciuto la Comunità, la nostra vita è cambiata. Avendo deciso di aprire la nostra famiglia ad altre persone, e ai bambini fragili, la Comunità ci ha dato in comodato gratuito una casa più grande. Noi diamo alla Comunità papa Giovanni XXIII tutte le entrate che ci arrivano, come anche le offerte di solidarietà e gli altri contributi, e la Comunità ci dona il necessario per vivere e crescere, in base ai nostri bisogni e ai bisogni di ciascuno/a. Era lo stile del fondatore Don Oreste Benzi. Non è l’unico modo, ma noi abbiamo scelto questo. E non ci manca niente. Nel corso della nostra storia familiare abbiamo aiutato ragazzi che lottavano con le dipendenze, donne che si sono liberate dalla tratta. Condividiamo con i più poveri. Don Benzi diceva: “Considerate che accogliete non un ospite, ma un figlio, o una figlia. E ricordate che accogliere un giorno è come accogliere per tutta la vita”. Accogliere anche con fatica, perché le difficoltà non mancano e aprire il cuore non è sempre semplice. Ma così facevano le prime comunità cristiane. Ed è bellissimo”.

Che cosa pensate della Giornata Mondiale dei Bambini che Papa Francesco ha voluto far partire da quest’anno?

“Quando abbiamo sentito l’annuncio del Papa, abbiamo subito pensato che è meraviglioso che il Papa voglia ascoltare i bambini. E’ importante soprattutto in questo periodo della storia, nel quale i Grandi della terra sembrano distanti. I bambini sanno esprimere il desiderio di pace in modo chiaro. Lo vediamo in parrocchia, a scuola. Quando i compagni di Jia Hui e di Sarah sono insieme a loro fanno domande per loro, per capire, con una speranza grande. Di fronte ai loro vocalizzi, i compagni e le compagne di classe se ne accorgono subito, chiamano l’insegnante, segnalano che Sarah e Jia Hui vogliono comunicare qualcosa, ad esempio “ma” e “pa”, e indicano che vogliono chiamare mamma e papà”.

Vorreste partecipare alla GMB con Sarah e Jia Hui?

“Sarebbe una cosa unica. Bella, tanto bella. Ma credo possa essere il desiderio di tante altre famiglie. Tutti i nostri progetti, tuttavia, dipendono dalla salute delle bambine”.

Che cosa proponete al Papa per la Giornata Mondiale dei Bambini?

Monica: “A me viene in mente questa immagine di Gesù quando dice: “Lasciate che i bambini vengano a me”. Bisogna veramente ripartire dai bambini e dai loro occhi. Avere i loro occhi ci aiuta ad ascoltare”. Un cammino di conversione che ricomincia dai bambini e dalle bambine. Andrea: “Troviamo il modo che questi bambini possano continuare a fare esperienza di Gesù, è bello che abbiano un incontro simpatico con Gesù sin da piccoli. Mi piacerebbe che alla GMB ci fossero eventi di inclusione, con tutti che possono avere spazio, in particolare i bambini malati e sofferenti, non per pietismo, ma per stare con loro, riconosciuti e accompagnati come persone come tutti gli altri”.

Monica ha un sogno: “Ne ho parlato con le mamme dei compagni e delle compagne di scuola di Jia Hui e di Sarah. Coinvolgiamo le loro classi perché è anche l’insieme dei bambini che dà forza. Tutti i bambini sanno trarre forza gli uni dagli altri, perché sanno di essere aiuto ai più deboli in un momento decisivo”. Sono i bambini della prima e della seconda elementare della scuola Giovanni di Pascoli di Saccolongo (Padova).

Piero Damosso

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